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Arundhati Roy è una scrittrice indiana, ma soprattutto un’attivista nei movimenti antiglobalizzazione.

Nasce nel 1961 da una famiglia povera: la madre è cristiana e il padre, coltivatore di tè, induista. A16 anni la famiglia va a vivere a Delhi in condizione di senzatetto, tanto che si accampa in una baracca all’interno di un campo di cricket. La ragazza però riesce, con grande coraggio e forza di volontà, a studiare e si laurea in architettura. Studia restauro dei monumenti a Firenze.Si sposa con un compagno di università, ma lo lascia e in seconde nozze sposa un regista, per cui scrive sceneggiature, oltre a fare piccole parti di attrice nei suoi films. Inizia a scrivere Il Dio delle piccole cose nel 1992 e lo conclude quattro anni dopo. Il libro è semi-autobiografico e racconta molto dell’infanzia. Il libro riscuote grande successo e, oltre ad essere premiato, è stato tradotto e pubblicato in ventuno nazioni. A tutt’oggi, Il Dio delle piccole cose è l’unico romanzo scritto dalla Roy, che ha preferito concentrare la propria attività di scrittrice scrivendo saggi su questioni politiche e sociali.

Questo romanzo racconta di una donna che abbandona un marito violento, per cercare serenità, ma si scontra con i pregiudizi del suo ambiente e con il tormento di un amore impossibile

“Rahel si lasciò attrarre dal matrimonio come un viaggiatore si lascia attrarre da un sedile libero nella sala d’aspetto di un aeroporto. C’era la sensazione di mettersi più comodi..”

“Senza dirselo e senza neppure ammetterlo con se stessi legavano il loro destino (il loro Amore, la loro Follia, la loro Speranza, la loro Gioia) a quella del ragno…l’avevano scelto perché sapevano di dover riporre la loro fiducia nella fragilità. Attaccarsi alla Piccolezza.Tutte le volte che si separavano pretendevano l’uno dall’altro solo una piccola promessa-Domani?-”

“Anche dopo…per istinto si aggrapparono alle piccole cose. Le grandi cose stavano acquattate dentro. Sapevano che non c’era posto dove potessero andare. Non avevano niente. Nessun futuro. Perciò si aggrappavano alle piccole cose…”

“Avanzava veloce nell’oscurità, come un insetto che segue una traccia chimica. Conosceva il sentiero per il fiume quanto i suoi figli e avrebbe trovato la strada anche bendata. Non sapeva cosa fosse a spingerla attraverso il sottobosco a trasformare il suo passo in una corsa. A farla arrivare sulla riva del Minachal senza fiato. Ansimante. Come se fosse in ritardo per qualcosa. Come se la sua vita dipendesse dall’arrivare puntuale. Come se sapesse che lui sarebbe stato lì. In attesa. Come se anche lui sapesse che lei sarebbe andata…”

“Non c’è tempo da perdere

L’ho sentita che diceva

Spendi i tuoi sogni prima

che scivolino via

e muoiano.

Se perdi i tuoi sogni

perderai la testa.”

Vecchio motivo, sempre attuale, dell’amore in conflitto con le convenzioni.

Bel romanzo di una tristezza infinita!

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